Aprile–giugno 2026: cosa è cambiato per chi fa marketing digitale
Ogni settimana arrivano decine di annunci: test, funzioni in beta, indiscrezioni, cambi di policy. La maggior parte non tocca il lavoro di una PMI, qualcuna invece cambia i numeri che si leggono nei report o le regole da rispettare. A fine trimestre conviene fare ordine e chiedersi una cosa sola: che cosa, di quello che è successo, richiede una decisione?
In questo riepilogo abbiamo tenuto solo le novità di aprile, maggio e giugno 2026 confermate da una fonte ufficiale (Google, Meta, Unione europea, autorità britannica), raggruppate per area. Per ognuna diciamo cosa significa in pratica per un’azienda. Chi vuole seguire le novità settimana per settimana trova la rassegna di Fabio Antichi, per esempio le news del 20 maggio e quelle del 17 giugno.
Ricerca e AI di Google
Due core update e uno spam update in tre mesi
Il core update di marzo, partito il 27 marzo, si è concluso l’8 aprile. Il 21 maggio è partito il core update di maggio, terminato il 2 giugno. Dal 24 al 26 giugno è stato rilasciato uno spam update. Date e durate sono sulla dashboard di stato della Ricerca Google, che è l’unica fonte da cui partire quando si leggono oscillazioni di traffico.
Cosa significa per un’azienda. Se il traffico organico è cambiato in modo netto tra aprile e giugno, prima di toccare il sito bisogna verificare se il movimento coincide con una di queste finestre. Nei progetti che seguiamo, le reazioni affrettate durante un rilascio (riscrivere testi, cambiare titoli in blocco) fanno più danni dell’aggiornamento stesso. Si aspetta la fine del rilascio, si confrontano le pagine che hanno perso e quelle che hanno guadagnato, e solo dopo si decide. Vale doppio per chi in questi mesi ha anche rifatto il sito: in quel caso la prima cosa da escludere sono gli errori di migrazione.
Google lo mette per iscritto: ottimizzare per l’AI è ancora SEO
A metà maggio Google ha pubblicato sul suo blog per gli sviluppatori una guida all’ottimizzazione per le funzioni di AI generativa della Ricerca. Il messaggio è esplicito: AI Overviews e AI Mode si basano sugli stessi sistemi di ranking e qualità della ricerca tradizionale, quindi lavorare per comparire lì è lavoro SEO. La guida dice anche cosa non serve: Google Search non usa il file llms.txt, non c’è un markup speciale da aggiungere, non bisogna spezzare i contenuti in frammenti né riscriverli “per l’AI”.
Cosa significa per un’azienda. Si può smettere di inseguire le scorciatoie vendute come GEO e tornare alle basi: pagine scansionabili e indicizzate, contenuti originali e utili, informazioni aziendali coerenti. È la stessa linea che avevamo descritto a gennaio parlando di GEO: chi fa bene la SEO ha già fatto gran parte del lavoro.
Un controllo per decidere se comparire nelle risposte AI
Il 3 giugno Google ha annunciato nuovi controlli e dati per i proprietari dei siti: un’opzione in Search Console per scegliere se il sito può comparire nelle funzioni di AI generativa, e report sulle impressioni ricevute in quelle funzioni. Per ora è in test con una parte dei siti nel Regno Unito, prima di un rilascio globale.
Cosa significa per un’azienda. Oggi non c’è nulla da attivare in Italia. Conviene però sapere che arriverà, e prepararsi a una scelta che non è banale: uscire dalle risposte AI vuol dire rinunciare anche a quella visibilità. Per la quasi totalità delle PMI la scelta sensata resterà esserci, e usare i nuovi report per capire quali pagine vengono mostrate.
Google Ads
Le campagne DSA lasciano il posto ad AI Max
Il 15 aprile Google ha annunciato che le Dynamic Search Ads diventano AI Max. AI Max per le campagne di ricerca esce dalla beta. Le campagne che usano gli asset creati automaticamente o la corrispondenza generica a livello di campagna verranno aggiornate in automatico a partire da settembre 2026. Con un aggiornamento dell’11 giugno, Google ha spostato a febbraio 2027 la chiusura delle DSA e il loro passaggio automatico.
Cosa significa per un’azienda. Chi ha campagne DSA ha qualche mese in più, ma la direzione non cambia. Il consiglio è non subire il passaggio: migrare prima, su una parte del budget, con un esperimento, controllando i termini di ricerca e gli URL finali che AI Max sceglie da solo. Chi usa asset automatici o corrispondenza generica a livello di campagna, invece, ha settembre come scadenza.
I dati dettagliati di Google Ads hanno una scadenza
Dal 1° giugno è in vigore la nuova politica di conservazione dei dati di Google Ads. I dati orari, giornalieri e settimanali restano disponibili per 37 mesi; quelli mensili, trimestrali e annuali per 11 anni; copertura e frequenza per 3 anni. Oltre quei limiti non si vedono più né nell’interfaccia né tramite API.
Cosa significa per un’azienda. Chi usa lo storico per prevedere la stagionalità, confrontare i Black Friday degli anni passati o giustificare un budget deve salvarlo fuori da Google Ads: un’esportazione periodica, oppure un trasferimento su BigQuery. È un lavoro che rientra nei tracciamenti tanto quanto l’installazione dei tag: un dato che non si conserva è un dato che non si può più usare.
Meta
Nei report i clic contano solo se portano al sito
Dalla fine di marzo, con un rilascio graduale, Meta ha cambiato la definizione di attribuzione al clic per le conversioni sul sito e in negozio: conta solo il clic sul link. Le conversioni dopo un “mi piace”, una condivisione o un salvataggio passano in una categoria separata, l’attribuzione engage-through. La fatturazione non cambia.
Cosa significa per un’azienda. Nel confronto tra il primo e il secondo trimestre le conversioni “da clic” di Meta possono essere calate senza che sia cambiato nulla nel rendimento reale. Prima di tagliare una campagna bisogna verificare quale finestra di attribuzione si sta leggendo. Il lato positivo è che i numeri di Meta si avvicinano a quelli di Google Analytics, e le due fonti litigano un po’ meno.
Le campagne Meta si possono gestire dagli assistenti AI
Il 29 aprile Meta ha aperto in beta i connettori AI per Meta Ads: un server MCP e un’interfaccia a riga di comando con cui un assistente AI può leggere i report, creare e modificare campagne, gestire i cataloghi e controllare i segnali di conversione.
Cosa significa per un’azienda. È utile soprattutto per l’analisi: chiedere a un assistente perché un gruppo di inserzioni sta peggiorando è più veloce che scorrere le colonne di Gestione inserzioni. Prima di dare a uno strumento esterno il permesso di modificare budget e campagne, però, conviene decidere chi lo usa, con quali permessi e su quale account. Partire in sola lettura è la scelta prudente.
Regole
Dal 19 giugno l’e-commerce deve avere il “tasto di recesso”
La direttiva (UE) 2023/2673 ha aggiunto alla direttiva sui diritti dei consumatori l’obbligo di una funzione di recesso online. Chi vende a distanza tramite un sito o un’app deve offrire un modo chiaro e sempre accessibile per recedere dal contratto, senza moduli nascosti né richieste di scrivere un’email. L’obbligo si applica dal 19 giugno 2026.
Cosa significa per un’azienda. Chi ha un e-commerce deve controllare che la funzione ci sia, che sia etichettata in modo chiaro, che resti disponibile per tutto il periodo di recesso e che invii una conferma. Molte piattaforme la offrono già: va attivata e verificata, non data per scontata. Sui temi più vicini al diritto conviene sentire anche il proprio consulente legale.
Nel Regno Unito gli editori possono dire no alle risposte AI
Il 3 giugno l’autorità britannica per la concorrenza ha imposto a Google un obbligo di condotta a favore degli editori: chi pubblica contenuti deve poter escluderli dalle funzioni di AI della Ricerca senza essere penalizzato nei risultati classici, e i contenuti usati devono essere attribuiti con link chiari.
Cosa significa per un’azienda. Non è una regola italiana, ma è il motivo per cui Google ha annunciato il controllo in Search Console di cui parlavamo sopra. Segna una tendenza: la visibilità nelle risposte AI sta diventando qualcosa che il proprietario del sito può gestire, e misurare.
Cosa fare adesso: una lista breve
Se dovessimo ridurre il trimestre a poche azioni concrete, sarebbero queste:
- confrontare l’andamento organico di aprile–giugno con le date degli aggiornamenti, prima di cambiare qualsiasi cosa sul sito;
- esportare lo storico dettagliato di Google Ads che serve per le previsioni, e impostare un salvataggio periodico;
- pianificare il passaggio ad AI Max con un esperimento, invece di aspettare l’aggiornamento automatico;
- rileggere i report di Meta sapendo che cosa conta oggi come clic;
- verificare il tasto di recesso sull’e-commerce;
- lasciare stare llms.txt e markup “per l’AI”, e investire su contenuti e struttura del sito.
Le novità servono se entrano nel piano
Una novità diventa utile quando qualcuno decide cosa farne: quale campagna cambiare, quale dato salvare, quale controllo fare sul sito. Per questo le leggiamo sempre dentro la strategia di marketing di ogni cliente, con le priorità e il budget che ha, e non come una lista di cose da inseguire. È lo stesso principio da cui parte una digital strategy fatta bene: prima gli obiettivi, poi gli strumenti.
Se volete capire quali di questi cambiamenti toccano la vostra azienda, e in che ordine affrontarli, possiamo guardarlo insieme.